Alter temp …

Io, bambino in quegli anni dell’immediato dopo guerra, testimone di cose, attività e personaggi a dir poco suggestivi, irripetibili eternamente popolari e veri. Luoghi che pur esistendo ancora non hanno più il fascino, il colore ed il ”sapore” di quei momenti. Il gestore del bucato era il titolare delle centrifughe per la strizzatura dei panni, vendeva alle lavandaie lisciva, sapone ed acqua calda, posizionato con le braccia conserte sulla soglia dei suoi locali, non muoveva mai un dito per aiutare le più anziane o le meno dotate fisicamente, a portare o spostare secchi pieni di acqua o di bucato. La pietra delle lavandaie che pur non avendo nomi o numeri era assolutamente personale, una cassetta di legno imbottita sul fondo con stracci inchiodati posta dietro alla pietra, accoglieva proteggendole da acqua e freddo le ginocchia delle donne. Tutte si conoscevano, si parlavano, confidavano l’un l’altra i loro crucci e i piccoli o grandi problemi. Rigorosamente sempre uguale la tenuta da lavoro: durante la stagione fredda erano vestite, più correttamente coperte, da un’infinità di indumenti: maglioni, sciarpe, pantaloni da uomo, cappelli di tutte le fogge, mentre in estate alleggerivano il loro abbigliamento, fornendo non tanto involontariamente, agli uomini presenti o di passaggio argomento di battute, complimenti e qualche timido scambio di appuntamenti più o meno virtuosi. Le mani e le braccia, sottoposte ad acqua, freddo, candeggina, sapone, lisciva prodotti naturali ma comunque poco poco testati e raffinati a quei tempi, si presentavano come dei grossi rami nodosi, rugosi con le dita delle mani ritorte rattrappite ed anche fra le più giovani mostravano chiari segni di patologie artritiche, suscitando in me motivo di compassione e tristezza. Questo era il quotidiano aspetto che offrivano le due alzaie: quella del naviglio pavese dalla darsena alla prima conca (via Conchetta) e dalla darsena al ponte di via Valenza sul naviglio Grande, per quelle donne era lavoro duro ma onesto che a suo modo offriva alle lavandaie anche momenti di aggregazione e complicità. I navigli offrivano agli abitanti della zona e non solo, anche un altro tipo di lavoro: trasporto, scarico e stoccaggio di sabbia, proveniente dal greto del Ticino, utile all’edilizia ricostruttiva del dopo guerra, che veniva trasportata sulle acque dei navigli con grossi barconi. Trasporti e mezzi che già qualche secolo prima erano stati impiegati per traghettare pietre e sabbia usate per la costruzione del Duomo. Il viaggio di questi grosse e capienti barche era gestito da un uomo solo che ritto a poppa imbracciando il timone governava l’avanzamento corretto dell’imbarcazione, che aveva il suo approdo alla darsena dove dopo l’attracco grosse benne prelevavano la sabbia per porla in giganteschi silos. Questo viaggio e l’avanzamento dei barconi era garantito fino agli anni ’50 dal traino di cavalli, successivamente da trattori che agganciati con grosse corde ai barconi, viaggiando sull’alzaia, garantivano lo spostamento contrario alla direzione dell’acqua. I navigli però non erano solo luoghi di lavoro e fatica, durante le calde sere d’estate si trasformavano in luoghi di divertimento e socializzazione: le giovani donne ballavano in strada al suono di violini e fisarmoniche con giovanotti sotto gli occhi attenti delle rispettive mamme, i papà stazionavano all’interno delle osterie giocando a scopa con in palio una bottiglia di rosso. Tutto ciò si svolgeva contemporaneamente ai bagni ed ai tuffi dai ponti che i giovani più esuberanti esibivano nelle tiepide acque di questi corsi d’acqua, mentre noi più piccoli li osservavamo seduti sulle rive con i piedi penzoloni nell’acqua, facendo grandi risate e accompagnando il tutto con grande tifo per questo o per quello che si sfidavano in vere e proprie gare di nuoto. Per chi ha vissuto quegli anni in zone così vive, popolari e particolari, rimane solo il ricordo, sicuramente meno rimpianti e nostalgie li avranno le anziane lavandaie ormai felicemente conquistate dalle moderne lavatrici. Tutto ciò non si potrà più rivedere e riprodurre neppure con gli smartphone…

Walter Cesati

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